lunedì 22 gennaio 2018

Il tuo profumo

Quattro anni fa, in questi giorni veniva a mancare mia madre... Sono giorni dolorosi, incisi nel mio corpo, venuto alla luce grazie a lei. Sono attimi eterni che oggi si rivelano cicatrici indelebili pietrificate nel mio animo, disperatamente proteso nel tentativo di non perdere la sua memoria, di non dimenticare le sue sembianze, di non scordare la sua voce, di non disperdere il suo profumo...
Oggi, mentre ero intenta a conservare alcuni libri, ho trovato un foglietto dove, quattro anni fa, avevo scritto una riflessione, in seguito all'aggravamento irreversibile delle sue condizioni di salute. In questa pagina che è balzata davanti ai miei occhi, casualmente o forse no, ho ritrovato il dolore puro, tagliente, inesorabile... Mia madre,  che ormai non mi riconosceva più, era scivolata verso una realtà insondabile che la allontanava da me, recidendo brutalmente il cordone salvifico e io, impotente, cercavo i suoi occhi che non riflettevano più emozioni, ma solo ombre... Intanto, il vaso accanto al suo letto diveniva testimone del pallore delle rose tanto amate, ma ormai appassite.

Il tuo profumo si dilegua
tra le rose appassite che
mi parlano di te.
Ritrovarti 
tra le mani vuote
per non perderti mai più
e vivere nell'illusione mendace
che la morte non sia definitiva,

 A te, mamma 

ph Maria Grazia Bisconti





La pioggia

Mi piace ascoltare il rumore della pioggia sul tettuccio della macchina mentre, seduta all'interno, guardo il mondo fuori e mi allontano dalla realtà materiale che mi attanaglia quotidianamente. Posso indugiare con lo sguardo sulle gocce di pioggia che diluiscono la loro veemenza adagiandosi sui vetri ed enfatizzando un paesaggio incredibilmente liquido. Le strade luccicanti riflettono lembi di cielo che rischiarano il grigio cupo dell'asfalto con barlumi di chiarore alternato a pozzanghere umide di fango.
Non muovo un dito per pulire i vetri perché voglio nutrirmi anch'io di quell'acqua benedetta che scende dal cielo e irrora ogni sozzura terrena. Un albero alla mia sinistra agita debolmente rami coraggiosi  che si rinfrescano sotto lo scrosciare continuo della pioggia incessante. Il verde appassito delle foglie trae vigore e promette nuove primavere.
Osservo, ascolto, sono un'unica sostanza nella materia circostante e sono felice di non appartenermi, ma di essere parte di un'entità che non sono io.
Non penso, perché il mio spirito è immerso in un panteistico e sublime incontro con la terra e gode di attimi di eterea inconsapevolezza.
La pioggia continua a cadere, ora con più violenza. Buca i vetri dell'auto di ghirigori impazziti, presto sostituiti, presto dileguantisi in misteriose evaporazioni.
Raramente passa qualche macchina ed il rombo copre il ticchettio, rompendo il mio sogno di compenetrazione in una natura materna che accoglie i miei pensieri stanchi e li culla... in eterno.
Maria Rosaria Teni

giovedì 18 gennaio 2018

Pomeriggio d’estate



Dopo trentadue anni, il sogno continua...

Assonnato pomeriggio d’estate...

Alacri violiniste senza sosta
cicale generose
esibiscono note a profusione
brezza tra i rami
carezza leggera i nostri volti
lambisce le nostre speranze

        Giovani negli anni / storditi di futuro
        
Abbagliano nel caldo pomeriggio
bianche case di calce colorate
strade deserte / svuotate dalle voci


Insieme percorriamo
solitarie vie
la tua mano / la mia mano
tacito pudore / complice discreto

Insieme camminiamo
su sentieri della mente
percorsi tracciati
dal disegno della vita

Pomeriggio d’estate nel ricordo
sonnolento rivivere nel tempo
che s’è perso per sempre...
irrimediabilmente...
 
dalla silloge poetica "Dissonanti armonie"

 


“Memorie di un pomeriggio d’autunno”


Ricordo che quando ero bambina la scuola cominciava il primo ottobre.  L’autunno era arrivato da poco, ma aveva già annunciato le sue sembianze dalle prime foglie secche, calde dell’ultimo sole e variegate nelle sfumature policrome che si presentavano ai nostri occhi quando, sparse sui marciapiedi alberati, noi le calpestavamo impietosamente lungo il tragitto che ogni mattina percorrevamo per giungere nella nostra scuola elementare del piccolo paese alla periferia di Milano, dove mio padre si era trasferito dal Sud.
Ogni passo sulle foglie adagiate al suolo produceva un curioso scricchiolio che ci divertiva e, naturalmente, ancora di più ci rendeva felici calpestare quel tappeto ramato e quasi partecipe del nostro gioco. Mentre vengono alla mente queste immagini percepisco un sottile velo di nostalgia che lentamente si insinua tra reminiscenze che prendono forma e si animano… Non voglio ricordare con tristezza un periodo dolce e caro quale è stato quello della mia infanzia trascorsa al Nord.
La nebbia si dirada mentre rammento la gioia che provavo quando si partiva la mattina presto per andare a scuola, io e mio fratello, quasi coetanei, e perciò frequentanti la stessa classe! Mia madre, già sveglia sin dalle prime ore dell’alba, intenta a preparare la gavetta per il pranzo di papà che restava al lavoro tutto il giorno, aveva la tenera abitudine di salutarci, affacciandosi dal balcone del 3° piano del nostro condominio tanto, ma tanto grande e popolato. I primi riverberi di sole che  diradavano la nebbia e la brina della notte, uno scialle sulle spalle e la mano che, salutando, ci impartiva metaforicamente le ultime raccomandazioni! Mi sembra di vederla ancora adesso, la mia mamma, bella e giovane, premurosa, solerte, che ha attraversato la mia vita, accarezzato le mie ore e che ora ha lasciato il posto alle lacrime! Una donna forte come sanno essere le donne del Sud degli anni ‘60, all’indomani della guerra e delle privazioni, ai margini di un illusorio “boom economico” che ha contribuito a rendere ancora più netta la distinzione tra Nord e Sud di un’Italia che tentava di riprendere in mano la propria autonomia, nello sforzo di risvegliarsi dalle devastazioni del secondo  dopoguerra, con il risultato di un decollo economico e sociale che avveniva prevalentemente nelle zone settentrionali del paese, mentre il Meridione annaspava ancora nel pantano archetipico di arretratezza e povertà. Tutto questo spinse tante famiglie del Mezzogiorno ad avventurarsi tra le foschie della Valpadana e a rischiare a volte anche la propria dignità pur di garantire un tenore di vita più stabile ai propri cari. Ancora oggi mi sconvolge la parola “terrone” proprio perché è sinonimo di un retaggio oltremodo avvilente per chi si sente ingiustamente etichettato in virtù di pregiudizi meschini e decisamente gretti. Ho vissuto finora con la consapevolezza che certi preconcetti non si potranno mai estirpare e, ad un certo punto, ho abbandonato le mie giovanili rivendicazioni con il risultato di ammorbidire l’amarezza e attutirla rivolgendola verso un crepuscolare ripiegamento interiore che ridimensiona l’esperienza provata nel momento in cui la si è vissuta. La mamma, sullo sfondo di un paesino della provincia milanese, diventa una sorta di icona e mi induce ad una  purificazione dei miei tormentati anni trascorsi a cercare giuste forme di convivenza,  rappacificandomi con antichi sensi di colpa per non aver compreso l’importanza di ciò che i miei genitori  stavano costruendo per garantirci un futuro migliore. Dapprima, io ancora bambina, non ho compreso il motivo di quella partenza, ma pian piano ho pensato che lì fosse il mio vero posto, lì dove c’era la vita di tutti i giorni, i giochi con i compagni, le corse nei prati che in primavera si coloravano come per magia ed erano campo di mille avventure per tramutarsi in candide distese innevate negli inverni freddi allietati dalle vacanze natalizie e dalle visite dello zio di Roma che ci inondava di regali. Ho ancora negli occhi fantastici pupazzi di neve, simili a quelli che si vedono nei cartoni animati, e le ansiose ronde per vedere se il pupazzo si sarebbe sciolto o infangato. Quanta esultanza! Quanta spensieratezza! È proprio vero che il passato rivive quando le emozioni vissute sono state così intense da essere impresse nell’anima!  Se chiudo gli occhi rivedo quella bambina col grembiule nero e un grande fiocco blu, lesto a disfarsi ad ogni mossa, una cartella di cartone sulle spalle con dentro due quaderni piccoli e un libro dall’odore caratteristico che ancora oggi non saprei definire, ma che è vivo in me. Come sono diversi, oggi, i miei giorni! Come sono cambiata e quanto ho vissuto all’ombra di stagioni che sono scivolate senza una ragione consumando la mia vita! Non riesco a tenere a bada questa matassa di ricordi che si dipana intrufolandosi nei recessi remoti della memoria, annodandosi su attimi o forse secoli di esistenza. Il tempo è così facilmente ingannevole da confondere l’intensità con la durata fino a suggellare un’eternità istantanea che si sgretola irrimediabilmente nel vano tentativo di raccogliere i cocci che si disperdono.
Maria Rosaria Teni

mercoledì 23 agosto 2017

Un giorno d'agosto


Oggi è una giornata particolare. Ferragosto: caldo, mare, divertimento, baldoria in acqua tra mille schizzi e giochi col sole che gioca a scottare bimbi imprudenti e bagnanti distratti. Pura e sfrenata voglia di vivere! Sana, aggiungerei, voglia di vivere, tranne poi per immalinconirsi e indignarsi dopo aver appreso notizie di efferata crudeltà che portano a inevitabili paragoni, come quelli che associano il comportamento di alcuni uomini a quello delle bestie! Eh no, le bestie hanno un codice intrinseco; sono gli uomini che non hanno più una linea di condotta universalmente accreditata! Non si può tollerare questa iniqua similitudine che con faciloneria accosta il comportamento delle bestie a quello di certi uomini che tali non sono e che fanno vergognare di essere uomini! Alludo, come molti sapranno, a fatti di inaudita disumanità che si verificano quotidianamente nel nostro cosiddetto paese civile (e per paese intendo il mondo) e che, grazie alla risaputa risonanza mediatica di mcluhiana memoria, rimbalzano nelle nostre esistenze. Un rammarico mi scuote quando vengo a conoscenza di questi episodi di violenza e di incredibile malvagità e, inevitabilmente, sento la mia impotente fragilità che si intreccia alla necessità di un forte respiro, di aria pura, di ossigenare lo spirito, di correre lontano… Dove? Tra le pagine di un libro, per esempio… Sto leggendo in questi giorni “Le otto montagne” di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017, e sto ritrovando quella brezza pura di vita che solo il silenzio e la mistica atmosfera montana sanno donare a chi sa ascoltarla con la giusta predisposizione. La montagna è uno stato d’animo: quando questo è incline alla ricerca della propria interiorità per scoprire la vera essenza e origine di se stesso, la montagna sa accoglierti e carezzarti con le sue creste, torrenti e sentieri nascosti. Nel libro di Cognetti emerge questa ricerca di conoscenza di se stessi e la consapevolezza del valore della propria individualità. La descrizione delle vette ammantate di neve ha sollevato i miei pensieri grevi di questi giorni e la quiete dei pascoli, ornati dai piccoli laghi solitari ha rinfrescato il mio spirito inquieto. I libri sono compagni di viaggio, ma a volte, sanno essere amici nel percorso di stagioni offuscate dagli affanni.
[M.R.Teni]

domenica 11 giugno 2017

Rilessioni estemporanee

Un treno

Quanti pensieri in questa notte dove le stelle hanno lasciato il posto a fantasmi di nuvole!
Un treno viaggia su rotaie logorate e si porta dietro un carico di esistenze differenti eppure simili nella comune precarietà di umanità vagabonda. Il monotono sfregamento su rotaie rose e arrugginite asseconda un abbozzo di stanchezza che si percepisce tra sguardi vacui e indifferenti.
Il paesaggio, tra ritagli di luci notturne, assume contorni inusitati.
Pesano come macigni queste ore infinite, dove si si materializzano ricordi vividi tra i chiaroscuri di una notte di gennaio.
Mi guardo attorno… Accanto a me è seduta una donna di colore. Ha lo sguardo nel vuoto e gli occhi, profondi e vellutati, intravedono immagini non visibili che col cuore. Non hanno espressione i suoi occhi, non ha sorriso sul volto che cela pensieri. Ha una sua storia, che nessuno mai udrà e che non interessa ai più. Ha un corpo che vibra di emozioni e palpiti, che soffre e si lacera di nostalgia… Come altri sul treno, percorre un viaggio, metafora di una vita che attraversa paesi, strade, ricordi e non si volta  indietro. 
Ognuno ha una storia, ma tutti restano in silenzio. Un silenzio greve, pesante, impenetrabile che gela un qualsiasi scambio verbale e ci rende manichini impermeabili a scalfitture o rammendi…
Intorno buio, a tratti interrotto da luci di passaggio sfolgoranti che per brevissimi istanti illuminano i vagoni per lasciarli all’improvviso nel buio più profondo.
Il treno corre, su binari già tracciati: la meta si avvicina…


Maria Rosaria Teni
 

venerdì 9 giugno 2017

Riflessioni estemporanee

Al di là delle nuvole

 "Cosa c'è al di là delle nuvole?", mi chiedo alzando gli occhi al cielo in un tiepido e brillante pomeriggio di maggio mentre, seduta su una panchina, assaporo la brezza delicata che mi accarezza lieve. 
Un tetto splendido mi sovrasta, attraversato a  tratti da sbuffi di nubi ovattate che giocano col sole di primavera. Tra raggi timidi e confortanti, un corteo  di candide nuvole e al di sopra il cielo, sconfinato, misterioso, pacificante. 
Cosa c'è al di là di questo prato di nembi immacolati che mi trasporta nei suoi sospirosi sentieri?
Esiste una spiegazione per accettare di non godere in eterno di questo attimo meraviglioso che si perde con il tempo inesorabile che tritura la vita di noi uomini?
Perché non riuscire a comprendere cosa aspettarsi da un'esistenza che si dissolve e non si cancella?
Vorrei farmi leggera.
Vorrei farmi pensiero e materializzarmi al di là delle nuvole, per guardare il sole e non esserne accecata.
Vorrei credere e non dubitare.
Vorrei vivere e sperare che la mia morte sia una resurrezione e non una distruzione.
Vorrei sopravvivere ai miei pensieri e sorridere dei timori di ieri, divenuti certezze di vita.
Maria Rosaria Teni
 

PREMIO LETTERARIO VITULIVARIA – memorial Gerardo Teni – Nona edizione

 È online il Bando VITULIVARIA 2026 della IX edizione del Premio letterario nazionale “Vitulivaria- memorial Gerardo Teni”    È tutto pront...